Genitori e bambini ai tempi della “Fase Due”: GESTIONE E DI-GESTIONE DELLE EMOZIONI





Il Coronavirus (Covid-19) è entrato nelle nostre vite all’improvviso, prepotentemente, con una pandemia che ha fagocitato la nostra quotidianità, costringendoci a stravolgere i nostri stili di vita e, di conseguenza, quelle dei nostri bambini. Non dobbiamo infatti dimenticare, assorbiti dalla criticità della situazione e dai problemi che essa comporta per noi adulti, che il mondo dei piccoli si intreccia inevitabilmente con quello dei “grandi”, da cui dipendono. È dunque dovere di tutti noi porre attenzione per rispettare e tutelare chi ha meno strumenti per comprendere la complessità della situazione e rischia di subire un carico di ansie eccessive.

LA QUARANTENA, TRA DIFFICOLTÁ E RESILIENZA

L’emergenza sanitaria ha toccato non solo chi è stato direttamente colpito dal virus, ma tutti noi, che siamo stati chiamati ad affrontare numerose sfide, prima tra tutti quella della permanenza forzata all’interno delle mura domestiche. Tale situazione di quarantena ha comportato – in aggiunta alle importanti conseguenze su un piano più concreto (riduzione o perdita del lavoro, difficoltà economiche,…) e correlate a queste – l’insorgere di forti emozioni negative, come quelle di ansia e paura, emozioni faticose, ingombranti, che mettono in difficoltà. P er fronteggiare tale situazione di emergenza ognuno di noi ha dovuto fare appello alla propria resilienza, ossia la capacità dell’individuo di coinvolgersi in un processo di adattamento ad un ambiente che lo mette duramente alla prova, un processo “trasformativo” che ci consente di far fronte in maniera positiva ad eventi sfavorevoli, utilizzando le risorse a nostra disposizione: è stato proprio in virtù di questa preziosa capacità che siamo stati in grado di riorganizzare le nostre vite. Ci siamo, ognuno in misura diversa, adattati alla difficile situazione. Uscire dal tunnel non era possibile, così lo abbiamo arredato. Tale processo di adattamento ha permesso e favorito, in media, un abbassamento dell’allerta e degli stati di tensione interna.

PAURA E ALLERTA: STATI NECESSARI E PROTETTIVI

Tuttavia, è importante evidenziare che la paura non è un’emozione dannosa, anzi. Al contrario, si tratta di un’emozione primaria, universale, ed è fondamentale per la nostra sopravvivenza: se non la provassimo, non riusciremmo a metterci in salvo dai rischi, in quanto non li percepiremmo come tali. L’emozione della paura ci “notifica” una condizione avversa, innescando così la mobilitazione di risorse difensive. Lo stato di allerta è funzionale a mantenere l’attivazione necessaria a reagire con prontezza, permettendoci di attuare più rapidamente le risposte utili ad affrontare la minaccia percepita. Quindi una certa dose di paura e allerta sono, oltre che legittime durante una pandemia, anche necessarie, fondamentali e funzionali per potersi attivare: l’adesione alle regole di protezione individuale, che sono poi le stesse per limitare la diffusione del contagio, è favorita e sostenuta da queste emozioni. È bene però tener presente che il confine fra un uso fisiologico e funzionale della paura, con le risorse che essa mobilita, ed un eccesso di allerta, che può determinare la messa in atto di comportamenti poco lucidi e controproducenti, a volte è davvero sottile.

IL RI-ADATTAMENTO ALLA NUOVA FASE: TEMPO AL TEMPO

L’ingresso in quella che è stata denominata “Fase 2” ci pone di fronte a una nuova, ulteriore, sfida: si tratta della sfida della ripresa, che non significa tornare al mondo così come lo abbiamo lasciato prima della diffusione dell’epidemia, ma imparare a conviverci con le dovute precauzioni. Osservando e ascoltando ciò che sta accadendo nella nostra esperienza, la fase della riapertura sembra non infondere rassicurazione, speranza e fiducia in tempi migliori, ma anzi vede l’emergere di nuove emozioni contrastanti: l’euforia e l’angoscia per l’allentamento delle restrizioni, il sollievo e la preoccupazione per le visite dei parenti, la frustrazione per i doveri che adesso ci è richiesto di adempiere e per quello che ancora non è possibile fare. In definitiva, la paura per ciò che ci aspetta fuori dalle nostre case, l’angoscia della minaccia ancora presente. In questa cornice, la stessa paura viene vissuta in maniera diversa, paralizzante, e rischia di perdere la sua valenza funzionale e di diventare controproducente, ostacolando il processo di ripresa.

È importante rendere comprensibili e legittimare anche questi vissuti. Utilizzeremo la metafora dell’adattamento oculare: l’occhio umano ha bisogno del suo tempo per riuscire a raggiungere la visione scotopica (notturna) e allo stesso modo, trascorsa la notte, ha bisogno di tempo per riadattarsi alla visione diurna. Un’esposizione repentina dell’occhio alla luce del mattino, infatti, viene rifuggita all’istante: la reazione è quella di serrare gli occhi immediatamente. Ci sono volute settimane, anche ai più resilienti, per adattarsi al lockdown. Adesso si tratta di rinnovare la nostra capacità di adattamento. Durante la prima fase abbiamo beneficiato del tempo imposto dalla quarantena. Diamoci tempo.

I RIFLESSI EMOTIVI SUI BAMBINI

Come ben sappiamo, il nostro stato d’animo può avere un impatto importante sui bambini, anche (soprattutto) su quelli più piccoli. I bambini infatti, fin dai primi mesi di vita e soprattutto in questa fase pre-linguistica, utilizzano le emozioni e le reazioni delle proprie figure di riferimento come indicatori per valutare la realtà circostante, in particolare le situazioni nuove e sconosciute. In altre parole, ci utilizzano come telescopio per osservare il mondo. Anche i bambini più grandi traggono informazioni dal nostro stato emotivo e dalla modalità con cui trasmettiamo loro le notizie, dagli elementi non verbali più che dai contenuti. Un adulto spaventato può essere dunque, per il bambino, un adulto che spaventa.

Alla luce di questo risulta ancora più importante essere in grado di gestire le nostre emozioni: si tratta non solo del nostro benessere, ma anche di quello dei nostri bambini. Gestire le emozioni non significa negarle o sopprimerle bensì, anzitutto, conoscerle e riconoscerle. Essere consapevoli delle emozioni che si stanno provando, accoglierle e riuscire a nominare le angosce è un fattore protettivo, che riduce la probabilità di esserne sopraffatti. Non dimentichiamo inoltre che i genitori hanno uno strumento dalle straordinarie potenzialità protettive rispetto al benessere dei piccoli: la relazione con il proprio bambino. È attraverso le relazioni significative durante la prima infanzia che si struttura e si definisce il mondo emotivo di ciascuno di noi e tramite cui impariamo a dare un senso a ciò che accade.

Wilfred Bion, figura di spicco della letteratura psicoanalitica, parla di “rêverie” per riferirsi allo stato mentale in cui si pone la madre rispetto al suo bambino, uno stato in cui il genitore accoglie, fin dai primi mesi, le comunicazioni affettive del figlio (pianti, sorrisi, urla) e gliele restituisce dotate di senso, in un processo dinamico volto a contenere e modulare l’intensità della vita affettiva del piccolo.  Il genitore mette le proprie funzioni psichiche al servizio di quelle, ancora immature, del proprio bambino, promuovendo lo sviluppo di un’embrionale competenza di pensiero e di regolazione emotiva.

Nella quotidianità che stiamo vivendo, queste riflessioni si traducono nell’importanza che i genitori si mantengano attenti osservatori del proprio bambino, più che mai ricettivi ad eventuali segnali di disagio, pronti ad essere disponibili ad accogliere, a riconoscere e mettere in parola le emozioni dei piccoli e quelle che si manifestano nel loro ambiente di vita.  Per i più bambini più grandi, lasciamo che nel gioco e nei momenti condivisi con i nostri bambini ci sia spazio per affrontare i dubbi e le emozioni legate alla situazione che stiamo attraversando, parlandone con un linguaggio appropriato all’età e adeguato alle caratteristiche individuali del bambino. Digeriamo la realtà e restituiamogliela depurata dagli elementi più minacciosi ed angoscianti. Sentirsi ascoltati, compresi e sostenuti all’interno della relazione di fiducia con il proprio genitore, aiuterà il bambino a comprendere quello che sta provando e a ridimensionare l’angoscia.

Infine, per essere di aiuto ai nostri bambini è utile ricordare le indicazioni di sicurezza che danno le hostess di volo prima di un decollo: nella sfortunata eventualità che si presenti una situazione di emergenza, il genitore dovrà prima pensare a garantire la sua sicurezza e solo dopo aiutare il proprio bambino. Questo perché per prenderci cura dei bambini, dobbiamo innanzitutto prenderci cura di noi stessi. Il bambino ha bisogno che gli adulti che lo accudiscono stiano bene. Certamente i genitori sono chiamati a ricoprire un ruolo tanto fondamentale, quanto impegnativo e a volte faticoso. Per questo motivo può essere importante, in momenti critici come questo, valutare la possibilità di affrontare le proprie legittime fatiche con un professionista.

Per Anagramma Psicologi

Dott.ssa Ferrari Federica